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Giorgia

Giorgia

Essere disobbediente per me significa essere testarda, seguire e inseguire la strada determinata da un’idea salda nella mente.

Anche quando tutti dicono il contrario? Non proprio.

Non si tratta di disobbedire per il gusto di farlo: destabilizzare qualcuno, salire sul trono della ragione e guardarlo dall’alto. Non è una soddisfazione dell’ego, affatto.

Le persone a cui ho disobbedito più spesso sono quelle ancora al mio fianco, sono persone a cui voglio bene. La questione è che crescendo sviluppiamo una coscienza critica, quell’abilità che ci permette di elaborare ciò che viviamo quotidianamente e da questo trarne conclusioni che tengano conto della complessità della vita. Solo una coscienza critica ben allenata fornisce le giuste idee per le quali valga la pena essere testarde.

A 13 anni ho lottato per iscrivermi al liceo classico, nonostante i molti pareri pronti a sostenere che “non serve più studiare le materie umanistiche / il liceo classico non ti da un lavoro”. A 18 ho lottato per iscrivermi ad architettura, nonostante “in famiglia non c’è nessun architetto / ma chi ti aiuta? / per gli architetti non c’è lavoro”.

A 23 per non candidarmi per un dottorato che sarebbe stato “un assegno mensile sicuro” e per non andare a lavorare presso uno studio gratuitamente “così impari il mestiere”. In sostanza, nessuno mi ha mai chiesto: ma a te cosa piace? Quali sono le tue passioni? Cosa ti piacerebbe diventare? Tutti sono sempre partiti dal presupposto che in quanto persona mediamente normodotata ed intelligente potessi fare qualsiasi cosa. Dovevo semplicemente prendere la strada che mi avrebbe condotto più velocemente al mondo del lavoro. Il percorso dell’istruzione canonica sembra infatti farti precipitare vertiginosamente, come un imbuto che definisce cosa sarai: un architetto, un avvocato, un impiegato. In questo momento, però, è un imbuto che non porta a niente, se non ad un limbo dove aleggia un perenne senso di fallimento e inettitudine che deriva dai cambiamenti del mercato più che dal nostro essere. Un percorso formativo, invece, dovrebbe prevedere una fase di esplorazione ampia delle nostre possibilità e un’eventuale fase finale di prototipazione che possa essere da spunto per nuove evoluzioni. Quando ho finalmente terminato quel percorso così asettico chiamato istruzione pubblica, grazie alla testardaggine e anche ad una serie di meravigliosi incontri, ho avuto – sto avendo! – la possibilità di testare, ampliare gli orizzonti e mixare i diversi interessi che, solo adesso, iniziano ad avere un senso e finalmente una connessione.

Se dovessi dire una cosa ad una bambina, ragazza donna, il primo consiglio è il più banale quanto utile di tutti: leggete. Tra le ribellioni della mia vita c’è sempre stata quella di leggere la sera fino a tarda notte, nonostante il giorno dopo dovessi andare a scuola. Leggere ti fa vivere mille vite, riuscendo ad entrare in empatia con i personaggi in cui ti imbatti. Ti permette di entrare in contatto con altri modi di ragionare e di scavalcare il mondo della prossimità (la famiglia, gli amici) per raggiungere nuovi ideali, nuovi orizzonti. Non mi riferisco solo al libro cartaceo chiaramente. È necessario sfogliare un libro, una rivista, così come leggere un articolo di giornale o un post su Facebook, con attenzione, con coscienza critica! Il secondo consiglio segue il primo: bisogna essere consapevoli che conosciamo solo una minuscola parte del mondo, dunque è necessario conservare uno spirito “da esploratrici”, proseguendo un passo dopo l’altro e avendo la pazienza di collezionare con la stessa cura successi e insuccessi.

DISOBBEDIENTI

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