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Ci vediamo giovedì in piazza

Ci vediamo giovedì in piazza

Le ho sempre viste in piazza, di domenica, raccolte attorno ad una panchina.

Con il vestito buono, il trucco sul viso e la borsetta sempre stretta.

Sarà stato per l’accento venuto da lontano o per la gioia del rivedersi, ma mi hanno sempre fatto sorridere i loro toni acuti e le risate che si aprivano sulle loro dentature, spesso storte e dorate.

Fino a qualche tempo fa di loro sapevo ben poco, tipo che vengono da abbastanza lontano e abitualmente con un viaggio in autobus che dura più di 24 ore e che nella maggior parte dei casi lasciano lì figli/e, mariti, madri, insomma la loro famiglia, per venire di qua, in questa parte di mondo ad accudire le nostre di famiglie.

Sono loro, le donne che chiamiamo semplicemente badanti, che ormai da più di un decennio abitano silenziose e quasi invisibili le nostre case, facendosi carico dei/delle nostri/e anziani/e, insomma di quel nostro pezzetto di mondo non più auto-sufficiente.

Fino a poco tempo fa, non avevo mai parlato con nessuna di loro veramente, in alcune occasioni avevo avuto modo di scambiare qualche chiacchiera di cortesia sul paese di origine, sulla vecchina/o che accudivano, o semplicemente sul cosa mangiavano a pranzo.

Ma mai e poi ma mi era palesato nella mente la possibilità di chiedere “Ma tu chi sei? Da dove vieni? Come stai?”

Se ci penso ora, mi sembra come se in qualche modo mi si fosse attivato un sistema di rimozione preventivo, in fondo come si suol dire “se non ti vedo, se non ti sento, non esisti”.

Eppure queste donne sono entrate nelle nostre case per accudire, pulire e sistemare, e intorno a loro, in questo tempo, l’unica cosa che abbiamo fatto è stato costruire un immaginario, troppe e tante volte pieno di omissis, rispetto a ciò che quotidianamente si ritrovano a dover affrontare.

Poi qualche tempo fa, che per un fortuito caso, ho avuto la possibilità di incontrare e condividere con alcune di queste donne, un tempo e uno spazio formativo, che mi ha permesso di entrare con privilegio e responsabilità, in pezzetti delle loro vite.

In quel luogo, più formale, abbiamo cominciato a conoscerci e a prendere le “misure della fiducia”.

Ci siamo viste e finalmente riconosciute, e quelle voci hanno cominciato a prendere coraggio e a condividere con sommessa tristezza racconti strazianti e dolorosi, soprattutto perché immersi nel silenzio e nella dimenticanza collettiva.

Ad un certo punto, quando il nostro periodo formativo stava volgendo al termine, mi hanno detto “se vuoi, ci vediamo giovedì in piazza”.

Ed così che il giovedì successivo decido di andare e scopro che cosa è quel pomeriggio per loro.

E’ il giorno della libera uscita.

E’ il giorno in cui possono andare in giro per negozi o semplicemente guardare le vetrine.

E’ il giorno in cui possono prendere un caffè sedute in un bar e soprattutto vedersi con le altre in piazza.

Quando sono arrivata c’erano diversi gruppi dislocati tra le varie panchine, le donne che mi avevano invitata, mi hanno accolta con un grande sorriso e invitandomi a sedermi tra abbracci e saluti mi hanno accolta nel gruppo. Tra gli sguardi scrutatori e qualche risolino sornione, mi hanno presentata come “la nostra professoressa psicologa”, e con una certa allegra ironia, per rompere il ghiaccio mi hanno fatto un ripasso delle nostre lezioni passate. Siamo state lì, un paio d’ore a chiacchierare, in alcuni momenti in una forma corale e collettiva, soltanto delle volte, qualcuna mi prendeva in disparte per sussurrarmi accadimenti privati, di immenso dolore.

Mi hanno raccontato dell’enorme solitudine che vivono, ma dell’altrettanta povertà e miseria che hanno lasciato nei loro paesi insieme ai loro figli.

Mi hanno raccontato dei soldi che mandano a quei pezzi di famiglia rimasti lì ad aspettare e della speranza di poter offrire loro un futuro migliore.

Mi hanno raccontato degli sguardi torvi di alcuni parenti e del quotidiano esame di onestà a cui sono continuamente sottoposte.

Mi hanno raccontato del cibo centellinato e della frase “tanto gli devi fare solo un po’ di compagnia”.

Mi hanno raccontato del terrore di dormire in una stanza e del dolore che qualunque cosa ti accada, nessuno mai ti crederà.

Ci sono stati diversi giovedì e ci sono stati tanti racconti dalla voce rotta e dagli occhi lucidi, ed è per che ho deciso di raccontarlo.

Voglio parlare di queste donne, perché l’anonimia uccide e il silenzio ne è complice.

Voglio parlare di queste donne perché hanno un coraggio, che io probabilmente non avrei nemmeno se lo pagassi oro.

Voglio parlare di una di queste donne, perché nonostante tutte le brutture, ogni giovedì indossa il vestito bello, trucca il suo viso stanco, tiene stretta la borsetta e con un gran sorriso va il giovedì in piazza.

 

M.

M. è arrivata in Italia, dalla Romania, quattro anni fa.

M. ha vissuto la caduta del comunismo e l’arrivo della democrazia, con cui dice “è arrivata anche la crisi”.

M. prima aveva un lavoro di ufficio era felice e ben pagata.

Poi mentre la democrazia faceva spazio alla crisi, hanno cominciato a declassarla fino a fare l’operai per la verniciatura delle auto di cui prima si occupava negli uffici.

M. non si lamenta del declassamento.

M. non ha niente contro la democrazia.

M., però ad un certo punto deve risolvere il problema di cuore del marito, ed è così che decide di vendere il poco che hanno in città e di trasferirsi in campagna per lavorare il miele.

Poi lì l’aria è più buona e ci sono meno problemi, dicevano, e “il cuore forse si riprende” diceva lei.

M. ottiene che uno specialista lo visiti e capisce che l’aria di campagna non è più sufficiente e così che vendono anche quello che resta per operare suo marito con un metodo che avrebbe dovuto ridargli nuova vita, ma così non è.

M. rimane vedova, con un figlio e senza soldi, ed è così che parla con un’amica e decide di venire in Italia.

M., compra un quaderno e comincia a scrivere le parole in italiano, “mica potevo venire qua senza sapere neanche una parola”, dice.

M. arriva in Italia e sta tanto male, perché la sua nonnina (come la chiama lei) ha quella malattia brutta e diventa violenta e lei si sente tanto tanto sola. Decide di tornare in Romania, ma la fame è nera come la pece e lei deve mantenere suo figlio e quindi si fa coraggio e ritorna in Italia.

M. impara a “dover stare in quelle case” nonostante in alcune famiglie ti lasciano mangiare da sola in un’altra stanza, o qualche uomo vuole allungare le mani, o sei libera solamente 6 ore settimanali (anche se ci sono alcune fortunata che ne hanno 2 ore al giorno di libertà), ed altre cose che è meglio non raccontare.

M. mi guarda negli occhi e mi dice: Parlano che la schiavitù è finita, ma questa cosa è?

Sono tante le rumene che si trovano in queste situazioni e devi essere fortunata a trovare la famiglia buona.

Comunque meno male che noi donne rumene siamo coraggiose, anche perché questa è la vita e diversamente non puoi fare. Queste cose ti fanno una donna forte, una donna dura anche se continui a soffrire tanto.

Io sono forte ma ho perso la fiducia nelle persone.

 

 

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