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Chiara

Chiara

Per me la disobbedienza è una condizione del ritorno alla propria natura, al proprio fuoco esistenziale.

È un’azione di rabbia pensata ed organizzata intorno ad un’alternativa allo stato delle cose.

È il rifiuto delle imposizioni, delle abitudini, degli schemi costrittivi, della monotona omologazione.

È il rendere conto a se stessi, ai propri sentimenti, ai propri pulsanti sogni, alla propria visione di mondo.

Se mi volto indietro a guardarmi nel tempo vissuto fin qui, vedo una Me disobbediente da subito. Ho ricordi infantili molto antichi del mio rifiuto di regole non comprese e sentite come angoscianti e soffocanti. Non sono mai stata “a norma” e questo ha creato molti scompigli in molti campi della mia vita. Non mi sono abituata a molte cose e ho quasi sperato di ammorbidirmi nel tempo credendo che forse sarei stata più serena. Ma la mia natura chiama sempre, nonostante tutto. Così è successo di dichiarare ad un’idea del femminile sottomesso e quasi procedurale (fidanzato, casa, lavoro, matrimonio, figli) che è una regola non scritta delle aspettative sociali.

Ho deciso di rinunciare al posto fisso, sicuro e stabile di insegnante per precariamente inseguire il sogno di diventare una “decente psicoterapeuta”. Ho preoccupato tutti, sono stata tacciata di follia: mi dicevano che la mia scelta era illogica e anticonservativa. Ho continuato a preoccupare tutti per la scelta di occuparmi di situazioni sociali ai margini e a volte non prive di pericolo. Ho rifiutato ruoli di prestigio e compensi importanti pur di restare giù, tra le persone, quelle che contano per me, quegli invisibili che mi hanno insegnato tutto. E ogni volta mi sono sentita e mi sento a casa e mi sento Me, a cuore libero, a braccia aperte, a respiro pieno.

Oggi, con parole diverse direi ad una bambina, ad una ragazza e ad una donna di fermarsi a scegliere quale strada percorrere e quale vestito indossare nel mondo, di non accettare, di non assecondare, di non accomodarsi al condizionato modo degli altri di vivere se non somiglia al proprio.

Direi che se nella pancia sentono un pugno di intensa e/o sottile violenza, se nella gola soffocano parole che sentono di non poter dire allora questi sono proprio il segno di una sofferenza e di una costrizione che non devono portare. La vita è lotta per la libertà, dovrebbe essere un tentativo costante di elevarsi, di somigliare a sé, di spogliarsi strada facendo dei manifesti che altri, senza discutere, ci hanno attribuito. Direi di leggere, di raccontarsi, di ascoltare, di esplorare, di cercare le differenze e le loro sfumature di colore, di rompere le categorie ogni volta che si percepiscono come noiose, ingiuste, violente. Direi loro di unirsi, di stare con le persone, perché non tutte le battaglie si combattono e/o si vincono da sole. Direi di cercare la meraviglia, l’emozione, la scoperta, la continua rinascita, l’alba dentro di sé, senza paura delle emozioni, delle convenzioni. Ripeto, la rabbia ad esempio è un sentimento bellissimo se sappiamo usarlo per costruire e per risorgere e per darci slancio. Augurerei loro di dare sempre un nome alle condizioni umani e ai sentimenti, di non sottovalutarli, di non rimandarli, di non reprimerli.

Ognuno è un universo incommensurabile di possibili esperienze: facciamo in modo di aver sempre tenerezza per la nostra ombra, di amare e coccolare quello che altri chiamano difetto, di sentire profondamente la vita che ci nutre, di aver cura di noi come abbiamo imparato a farlo per gli altri.

 

DISOBBEDIENTI