• ledisobbedienti@outlook.com

Phipps

Phipps

“PHIPPS, psicologa ”
La storia che vi racconto, è durata complessivamente 8 anni.
Ho iniziato a giocare a pallavolo a 11 anni, credo facessi la prima media.
Perché iniziai? Guardavo i cartoni come tanti bambini, e tra i tanti c’era “Mila e Shiro due cuori nella pallavolo”.

Mi piaceva l’aspetto tragicomico di Mila. E come lei, mi sentivo spesso buffa e sopra le righe.
Come spesso accade, i bambini voglio diventare come qualcuno. E io scelsi lei.
Iniziai ad allenarmi con le ragazze della mia età, tra cui anche alcune amiche. Eravamo la squadra delle “piccole”. Dopo un paio di anni, l’allenatore del tempo, decise di spostare me e un’altra ragazza, nella squadra delle “grandi”. Da un lato ne ero felicissima, dall’altro volevo le mie amiche. Tanto che chiesi di rimanere dov’ero. Ma l’allenatore di allora, non d’accordo, mi spiegò il motivo.
“Hai buone qualità!”
“Devi lavorare sulla tua paura!”
“Giocare con loro è importante se vuoi arrivare più in alto!”
“Giocare con chi ha esperienza , insegna in modo molto più veloce.”
Ci furono anche un altro allenatore e un’allenatrice, che si susseguirono a lui, che mi dissero le stesse cose.
“Tu sei forte!”
“ Vai! Vaiiiii!”
Su queste voci, iniziai a crederci davvero. Che potevo fare di meglio, che potevo andare oltre. Se lo dicono loro, i grandi, gli diedi e mi diedi fiducia!
Iniziai a giocare con la “squadra grande”. “Grande” sia per categoria che per età. “Le grandi” giocavano il campionato di serie D. Avevano dai 6 ai 12 anni in più di me. Che a quell’età vuol dire. Ero la piccola della squadra. E lo sono rimasi per tutto il tempo che giocai con loro.
Scarpe da ginnastica Asics e Mizuno. Ginocchiere consumate. I fuseax “Arena” che coloravano le nostre gambe. Le divise che cambiavano ogni anno. Le tute acetate di un tempo. Accappatoi in spugna. Calzini in spugna. Tutto nel borsone. L’odore del palazzetto. L’odore dei palloni Mikasa. Tutti bianchi all’epoca. Lo sento ancora. T-shirts sudate. Gli sponsor. Ginocchia sbucciate. Lividi qua e là. Tocchi sulle spalle. Pacche sul culo. Strilli in faccia. Il presidente. Abbracci e pianti. I tifosi. Sguardi complici. Docce fredde. Occhi chiusi che esprimevano “noooooo”! Cene dopo partita. Cambio look per chi dopo andava in discoteca. Trucchi sbavati la domenica mattina. Mani che ti tiravano su. Sguardi che buttavano giù. L’allenatore. Il numero 2 sulla mia maglia.
Ovviamente col cambio squadra cambiò anche l’allenatore. “Lucifero”. Lo chiamai così, dopo un po’. Ho obbedito a lui. Un uomo affascinante. Un tecnico molto tecnico. Impeccabile. Era lì per vincere. E ha vinto. Ricordo 3/4 allenamenti a settimana, più le partite. Io ne facevo doppie. Perché per quasi tutto questo tempo ho continuato ad allenarmi con le grandi e giocare con le piccole. Questo vuol dire due partite in casa. Due partite in trasferta. Con la squadra piccola si girava la provincia. Con la squadra grande si girava la regione. Almeno posso dire che ho visto più palestre di tutte!
Ero il capitano della squadra piccola. Con loro giocavo tutta la partita. Si vinceva. Si perdeva. In realtà era quella la mia squadra. Erano quelle le mie compagne. Avevamo più o meno la stessa età. L’allenatore della
squadra piccola sentivo che mi voleva molto bene, voleva bene a tutte, nonostante i risultati non fossero dei migliori e noi, parecchio ribelli.
La pallavolo era la cosa più importante per me al tempo. Avevo investito i miei sogni di ragazzina. Come ogni adolescente. Avevo trovato anche Shiro! Ma come Mila, lo guardavo a grande distanza e scappavo! Ci rido ancora! Per tutta la mia adolescenza firmavo col nome “Phipps”. Keba Phipps era la mia giocatrice di pallavolo preferita. Avevo 14 anni allora, quando riempivo con quel nome i miei diari e quelli dei miei amici di scuola. Come se tutto fosse in una bolla sospesa nell’aria. Era il mio mondo.

Ho obbedito a quattro anni di allenamento con la squadra grande. Ho obbedito a non giocare. Ho obbedito a non ribellarmi. Ho obbedito a quello che gli altri mi dicevano di fare. Ho obbedito ad essere piccola per forza. Ho obbedito a stare seduta in panchina. Ho obbedito a sentirmi dire “Sei la panchina!”
Sognavo di giocare la mia partita con le grandi. Mica tutta la partita! Mi sarebbero bastati anche 5 scambi, anche quando la squadra era in vantaggio di 8 punti. “Ma la squadra che vince non si cambia”! Questo era quello che mi ricordo. Lui voleva vincere e basta. Lui doveva vincere a tutti i costi! Anche la squadra titolare era diventata così!
E infatti si vinceva. Vincemmo il campionato. Promozione in C2. Vincemmo il campionato. Promozione in C.
Io fortuna, avevo la squadra “non titolare” con me. Eravamo quelle più giovani. Neanche loro giocavano. Ma nessuna di noi si ribellava a questo. Con loro mi sentivo bene. Le ricordo sorridenti, rispondevano alle battutine delle titolari e anche all’allenatore. Io no. Nessuna si ribellava a quella situazione. A volte qualcuna di loro era entrata per giocare l’ultimo punto. Ancora più umiliante. L’ultimo punto del set. Io neanche quello. Neanche la finta, il contentino. Ma forse fu meglio così.
Io ce la mettevo tutta. Ce la mettevo tutta perché lui mi notasse. Ce la mettevo tutta per sentirmi dire qualcosa, anche per correggermi. Nessun consiglio. Nessun incoraggiamento. Niente. Mai uno sguardo. Mai un commento. Nel bene o nel male. Il nulla. Come se non esistessi. Come se fossi trasparente. E’ così che mi sentivo. Lo divenni davvero. Trasparente.
Una volta a fine campionato mi disse: “ Sei diventata forte! L’anno prossimo vedrai”.
L’anno successivo, non vidi nulla di diverso. Appigliata a quelle parole, iniziai a giocare con la paura di sbagliare. Che quello sbaglio non mi avrebbe mai permesso di giocare. Avrei voluto che lui mi chiamasse per nome e mi dicesse “Entra! Tocca a te!” Mangiavo le mie unghie, da farmi male. Da non dormirci la notte per il dolore che riuscivo a provocarmi. Ingoiavo l’amaro. Inconsapevole di tutto.
Ero solo una ragazzina.
Obbedivo e basta, io ero piccola e lui/loro erano la squadra dei GRANDI.
Sono diventata come la “panchina”, ferma e immobile. Silenziosa. Che dà riposo a chi fatica.
Finita la scuola, decisi di partire per l’università. Cambiai città. Mi iscrissi a psicologia. Smisi di giocare. Con qualche successivo tentativo, ma mollato subito, non chiedendomi neanche il perché. Non ne avevo voglia. Mi faceva fatica solo il pensiero. Misi una grande pietra sopra. Abbandonai totalmente il tutto. Smisi anche di pensarci. Tanto che le persone che arrivarono dopo nella mia vita, non sanno neanche che abbia mai giocato. Ho smesso e basta. Senza voler più sentire.
Oggi ho trentotto anni, ho iniziato a giocare la mia partita, in un altro senso. Da circa due anni. ho iniziato ad esercitare la professione di psicologa, ben dieci anni dopo essermi laureata. Dieci anni, dove non ho mai smesso di formarmi e di fare tante esperienze lavorative nel sociale e non solo.
Quattro anni fa, in un totale momento di buio, decisi di iniziare la scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta. Era un sogno anche quello. Ho detto “Basta”! Questo sogno me lo vado a prendere!
Decisi di allenarmi ancora. Non mi sentivo ancora pronta per giocare la mia partita!
Ma lì, mi sono “costretta” ad entrare in campo. Scelgo io di entrarci. Con paura, incertezza e rabbia. Rabbia che non avevo mai tirato fuori. Avevo solo voglia di uscire dov’ero arrivata.
Iniziando la scuola, iniziai la mia psicoterapia. E si, perché gli psicologi vanno in terapia.
Ho preso consapevolezza di quello che avevo fatto fin lì su vari fronti: allenarmi e non giocare la mia partita. Nel lavoro, in alcune relazioni. Mi allenavo, ma volentieri stavo comoda in panchina a vedere giocare gli altri. Erano gli altri a giocare la partita. E a volte a giocare anche la mia.
Fra due mesi mi diplomo come psicoterapeuta. Da due anni lavoro anche come psicologa. Lo sono e lo faccio, ma non nego ancora la fatica di potermi definire tale. Ma disobbedisco ogni volta. Dicendo chi sono. Cosa faccio.
Quello che vi ho raccontato è solo un pezzetto della mia storia. Ma vedere in modo diverso questo pezzetto è stato per me il punto di svolta. E’ stato per me iniziare a disobbedire.
Oggi gioco la mia partita, anche più contemporaneamente. Sono serena. Perdendo o vincendo non mi interessa. Importante per me è scendere in campo. Ogni tanto mi domando se avessi giocato un tempo quelle partite come sarei oggi? Ma quello che posso fare è solo giocare, con tutto quello che c’è stato. Nient’altro.
Oggi scelgo ogni giorno di disobbedire a quella paura, scelgo ogni giorno di disobbedire a quel silenzio. Scelgo di disobbedire a quello sguardo che mi ha reso invisibile. Scelgo di raccontarvi questa storia disobbedendo a lasciare ferma quella pietra, che era diventata un macigno che mi aveva totalmente “schiacciata”.
Disobbedisco divenendo consapevole della mia storia, rompendo i sogni e le illusioni, le ragioni dei grandi, riconoscendone gli “errori”. Da grande posso dirlo.
Mi piace giocare la mia partita ogni giorno. Ha lo stesso sapore di un tempo. Oggi con meno paura di quella rete! Ma sempre attenta a non ricaderci!
Disobbedisco nel dire che la terapia mi ha aiutato, che ho avuto bisogno di essere aiutata, disobbedisco nel dire che in terapia ci vado ancora. La mia terapeuta e altre persone care, hanno continuamente tifato e tifano per me. Questo mi ha permesso oggi, di auto-sostenermi da sola. Ne sono fiera. Disobbedisco dicendo che ora non mi accontento di giocare una partita qualunque.
Ma una partita ad alto livello: “esserci con le persone che incontro”. Il lavoro che faccio, per me, è il più bello del mondo.
Credo che il mio prossimo progetto professionale riguarderà la psicologia dello sport. Perché quello che posso fare è trasformare la mia storia in nuove possibilità per gli allenatori e per i giocatori, affinché questa storia si ripeti il meno possibile.
Ognuno di noi ha diritto a giocare la sua partita!

DISOBBEDIENTI