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Phipps

“PHIPPS, psicologa ”
La storia che vi racconto, è durata complessivamente 8 anni.
Ho iniziato a giocare a pallavolo a 11 anni, credo facessi la prima media.
Perché iniziai? Guardavo i cartoni come tanti bambini, e tra i tanti c’era “Mila e Shiro due cuori nella pallavolo”.

Mi piaceva l’aspetto tragicomico di Mila. E come lei, mi sentivo spesso buffa e sopra le righe.
Come spesso accade, i bambini voglio diventare come qualcuno. E io scelsi lei.
Iniziai ad allenarmi con le ragazze della mia età, tra cui anche alcune amiche. Eravamo la squadra delle “piccole”. Dopo un paio di anni, l’allenatore del tempo, decise di spostare me e un’altra ragazza, nella squadra delle “grandi”. Da un lato ne ero felicissima, dall’altro volevo le mie amiche. Tanto che chiesi di rimanere dov’ero. Ma l’allenatore di allora, non d’accordo, mi spiegò il motivo.
“Hai buone qualità!”
“Devi lavorare sulla tua paura!”
“Giocare con loro è importante se vuoi arrivare più in alto!”
“Giocare con chi ha esperienza , insegna in modo molto più veloce.”
Ci furono anche un altro allenatore e un’allenatrice, che si susseguirono a lui, che mi dissero le stesse cose.
“Tu sei forte!”
“ Vai! Vaiiiii!”
Su queste voci, iniziai a crederci davvero. Che potevo fare di meglio, che potevo andare oltre. Se lo dicono loro, i grandi, gli diedi e mi diedi fiducia!
Iniziai a giocare con la “squadra grande”. “Grande” sia per categoria che per età. “Le grandi” giocavano il campionato di serie D. Avevano dai 6 ai 12 anni in più di me. Che a quell’età vuol dire. Ero la piccola della squadra. E lo sono rimasi per tutto il tempo che giocai con loro.
Scarpe da ginnastica Asics e Mizuno. Ginocchiere consumate. I fuseax “Arena” che coloravano le nostre gambe. Le divise che cambiavano ogni anno. Le tute acetate di un tempo. Accappatoi in spugna. Calzini in spugna. Tutto nel borsone. L’odore del palazzetto. L’odore dei palloni Mikasa. Tutti bianchi all’epoca. Lo sento ancora. T-shirts sudate. Gli sponsor. Ginocchia sbucciate. Lividi qua e là. Tocchi sulle spalle. Pacche sul culo. Strilli in faccia. Il presidente. Abbracci e pianti. I tifosi. Sguardi complici. Docce fredde. Occhi chiusi che esprimevano “noooooo”! Cene dopo partita. Cambio look per chi dopo andava in discoteca. Trucchi sbavati la domenica mattina. Mani che ti tiravano su. Sguardi che buttavano giù. L’allenatore. Il numero 2 sulla mia maglia.
Ovviamente col cambio squadra cambiò anche l’allenatore. “Lucifero”. Lo chiamai così, dopo un po’. Ho obbedito a lui. Un uomo affascinante. Un tecnico molto tecnico. Impeccabile. Era lì per vincere. E ha vinto. Ricordo 3/4 allenamenti a settimana, più le partite. Io ne facevo doppie. Perché per quasi tutto questo tempo ho continuato ad allenarmi con le grandi e giocare con le piccole. Questo vuol dire due partite in casa. Due partite in trasferta. Con la squadra piccola si girava la provincia. Con la squadra grande si girava la regione. Almeno posso dire che ho visto più palestre di tutte!
Ero il capitano della squadra piccola. Con loro giocavo tutta la partita. Si vinceva. Si perdeva. In realtà era quella la mia squadra. Erano quelle le mie compagne. Avevamo più o meno la stessa età. L’allenatore della
squadra piccola sentivo che mi voleva molto bene, voleva bene a tutte, nonostante i risultati non fossero dei migliori e noi, parecchio ribelli.
La pallavolo era la cosa più importante per me al tempo. Avevo investito i miei sogni di ragazzina. Come ogni adolescente. Avevo trovato anche Shiro! Ma come Mila, lo guardavo a grande distanza e scappavo! Ci rido ancora! Per tutta la mia adolescenza firmavo col nome “Phipps”. Keba Phipps era la mia giocatrice di pallavolo preferita. Avevo 14 anni allora, quando riempivo con quel nome i miei diari e quelli dei miei amici di scuola. Come se tutto fosse in una bolla sospesa nell’aria. Era il mio mondo.

Ho obbedito a quattro anni di allenamento con la squadra grande. Ho obbedito a non giocare. Ho obbedito a non ribellarmi. Ho obbedito a quello che gli altri mi dicevano di fare. Ho obbedito ad essere piccola per forza. Ho obbedito a stare seduta in panchina. Ho obbedito a sentirmi dire “Sei la panchina!”
Sognavo di giocare la mia partita con le grandi. Mica tutta la partita! Mi sarebbero bastati anche 5 scambi, anche quando la squadra era in vantaggio di 8 punti. “Ma la squadra che vince non si cambia”! Questo era quello che mi ricordo. Lui voleva vincere e basta. Lui doveva vincere a tutti i costi! Anche la squadra titolare era diventata così!
E infatti si vinceva. Vincemmo il campionato. Promozione in C2. Vincemmo il campionato. Promozione in C.
Io fortuna, avevo la squadra “non titolare” con me. Eravamo quelle più giovani. Neanche loro giocavano. Ma nessuna di noi si ribellava a questo. Con loro mi sentivo bene. Le ricordo sorridenti, rispondevano alle battutine delle titolari e anche all’allenatore. Io no. Nessuna si ribellava a quella situazione. A volte qualcuna di loro era entrata per giocare l’ultimo punto. Ancora più umiliante. L’ultimo punto del set. Io neanche quello. Neanche la finta, il contentino. Ma forse fu meglio così.
Io ce la mettevo tutta. Ce la mettevo tutta perché lui mi notasse. Ce la mettevo tutta per sentirmi dire qualcosa, anche per correggermi. Nessun consiglio. Nessun incoraggiamento. Niente. Mai uno sguardo. Mai un commento. Nel bene o nel male. Il nulla. Come se non esistessi. Come se fossi trasparente. E’ così che mi sentivo. Lo divenni davvero. Trasparente.
Una volta a fine campionato mi disse: “ Sei diventata forte! L’anno prossimo vedrai”.
L’anno successivo, non vidi nulla di diverso. Appigliata a quelle parole, iniziai a giocare con la paura di sbagliare. Che quello sbaglio non mi avrebbe mai permesso di giocare. Avrei voluto che lui mi chiamasse per nome e mi dicesse “Entra! Tocca a te!” Mangiavo le mie unghie, da farmi male. Da non dormirci la notte per il dolore che riuscivo a provocarmi. Ingoiavo l’amaro. Inconsapevole di tutto.
Ero solo una ragazzina.
Obbedivo e basta, io ero piccola e lui/loro erano la squadra dei GRANDI.
Sono diventata come la “panchina”, ferma e immobile. Silenziosa. Che dà riposo a chi fatica.
Finita la scuola, decisi di partire per l’università. Cambiai città. Mi iscrissi a psicologia. Smisi di giocare. Con qualche successivo tentativo, ma mollato subito, non chiedendomi neanche il perché. Non ne avevo voglia. Mi faceva fatica solo il pensiero. Misi una grande pietra sopra. Abbandonai totalmente il tutto. Smisi anche di pensarci. Tanto che le persone che arrivarono dopo nella mia vita, non sanno neanche che abbia mai giocato. Ho smesso e basta. Senza voler più sentire.
Oggi ho trentotto anni, ho iniziato a giocare la mia partita, in un altro senso. Da circa due anni. ho iniziato ad esercitare la professione di psicologa, ben dieci anni dopo essermi laureata. Dieci anni, dove non ho mai smesso di formarmi e di fare tante esperienze lavorative nel sociale e non solo.
Quattro anni fa, in un totale momento di buio, decisi di iniziare la scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta. Era un sogno anche quello. Ho detto “Basta”! Questo sogno me lo vado a prendere!
Decisi di allenarmi ancora. Non mi sentivo ancora pronta per giocare la mia partita!
Ma lì, mi sono “costretta” ad entrare in campo. Scelgo io di entrarci. Con paura, incertezza e rabbia. Rabbia che non avevo mai tirato fuori. Avevo solo voglia di uscire dov’ero arrivata.
Iniziando la scuola, iniziai la mia psicoterapia. E si, perché gli psicologi vanno in terapia.
Ho preso consapevolezza di quello che avevo fatto fin lì su vari fronti: allenarmi e non giocare la mia partita. Nel lavoro, in alcune relazioni. Mi allenavo, ma volentieri stavo comoda in panchina a vedere giocare gli altri. Erano gli altri a giocare la partita. E a volte a giocare anche la mia.
Fra due mesi mi diplomo come psicoterapeuta. Da due anni lavoro anche come psicologa. Lo sono e lo faccio, ma non nego ancora la fatica di potermi definire tale. Ma disobbedisco ogni volta. Dicendo chi sono. Cosa faccio.
Quello che vi ho raccontato è solo un pezzetto della mia storia. Ma vedere in modo diverso questo pezzetto è stato per me il punto di svolta. E’ stato per me iniziare a disobbedire.
Oggi gioco la mia partita, anche più contemporaneamente. Sono serena. Perdendo o vincendo non mi interessa. Importante per me è scendere in campo. Ogni tanto mi domando se avessi giocato un tempo quelle partite come sarei oggi? Ma quello che posso fare è solo giocare, con tutto quello che c’è stato. Nient’altro.
Oggi scelgo ogni giorno di disobbedire a quella paura, scelgo ogni giorno di disobbedire a quel silenzio. Scelgo di disobbedire a quello sguardo che mi ha reso invisibile. Scelgo di raccontarvi questa storia disobbedendo a lasciare ferma quella pietra, che era diventata un macigno che mi aveva totalmente “schiacciata”.
Disobbedisco divenendo consapevole della mia storia, rompendo i sogni e le illusioni, le ragioni dei grandi, riconoscendone gli “errori”. Da grande posso dirlo.
Mi piace giocare la mia partita ogni giorno. Ha lo stesso sapore di un tempo. Oggi con meno paura di quella rete! Ma sempre attenta a non ricaderci!
Disobbedisco nel dire che la terapia mi ha aiutato, che ho avuto bisogno di essere aiutata, disobbedisco nel dire che in terapia ci vado ancora. La mia terapeuta e altre persone care, hanno continuamente tifato e tifano per me. Questo mi ha permesso oggi, di auto-sostenermi da sola. Ne sono fiera. Disobbedisco dicendo che ora non mi accontento di giocare una partita qualunque.
Ma una partita ad alto livello: “esserci con le persone che incontro”. Il lavoro che faccio, per me, è il più bello del mondo.
Credo che il mio prossimo progetto professionale riguarderà la psicologia dello sport. Perché quello che posso fare è trasformare la mia storia in nuove possibilità per gli allenatori e per i giocatori, affinché questa storia si ripeti il meno possibile.
Ognuno di noi ha diritto a giocare la sua partita!

DISOBBEDIENTI

Simona

Cos’è la disobbedienza? La disobbedienza, per me, è un po’ come esistenza.

Ci dicono e ci insegnano che disobbedire non va bene; che disobbedire è trasgredire ad un ordine; UN ORDINE!

E allora mi viene da pensare che disobbedire accompagna necessariamente quel senso di libertà che ci rende vivi, quella voce interna che ci dice e ci ricorda che viviamo ed esistiamo quindi siamo; che l’esistenza infondo non è che tessere una tela, la propria tela, e nel tesserla, la disobbedienza, è un po’ come l’intreccio della trama e l’ordito che creano disegni unici.

La disobbedienza è per me quasi un atto di resistenza. Mi piace perdermi nei sensi e nei significati, mi piace giocare con le parole e più di tutto mi piace che questo diventi corporeo, fisico, tangibile.

Fortunatamente la disobbedienza mi ha salvata; mi ha salvata da tutto ciò che gli altri si aspettavano da me, da una cultura e una società che in fondo mi categorizza e se poi sei donna  la “categoria” può diventare una gran fregatura; se in più sei una sognatrice che vede nel corpo l’unica via di uscita allora vi lascio immaginare.

Le scelte non sono facili, presuppongono un lutto perché se scelgo di mangiare una fragola in quel preciso momento non posso mangiare una ciliegia; le scelte danno colore a quella tela unica che è il nostro viaggio. Io molte volte queste scelte le ho fatte obbedendo o pensando di obbedire, le ho subite, soffrendo tanto per quel lutto che quindi non potevo elaborare perché in fondo mi ero fatta scegliere e non avevo scelto. E giorno dopo giorno nella mia adolescenza prendevo strade che non mi appartenevano. Finché ad un certo punto ho scelto di andare via, di danzare e recuperare tutto il tempo perduto che poi fortunatamente perduto non era perché era il mio tempo.

Ho scelto di cominciare a sentire e di creare: sentire con le orecchie, con la pelle, con gli occhi e il naso; di cominciare ad ascoltare mettendomi nei miei panni e in quelli dell’altro.

Ho scelto la precarietà e la felicità.

Oggi mi definisco una professionista del corpo e della mente, una madre, una compagna, una figlia e soprattutto una nomade! Ho scelto un nomadismo che mi fa sentire viva che mi fa disobbedire a tutto ciò che mi vuole immobile; quel nomadismo che per tanti vuol dire insicurezza. Ho scelto di ascoltarmi e di darmi tante possibilità. Ho scelto un pensiero critico, ho scelto di guardare anche il lato B,  di lottare per ciò che io ritengo giusto, ho scelto l’umanità, ho scelto di poter sbagliare e scelgo giorno dopo giorno di mettermi in discussione. Ho scelto la flessibilità e la bellezza; quella bellezza che mi fa sorridere e che mi coccola e culla nei momenti di sconforto. Soprattutto ho scelto di essere presente a me stessa.

È questo ciò che mi sento di augurare e consigliare: Ti auguro di essere presente a te stessa. Di ascoltarti sempre, anche quando ciò che senti non è quello che ti dicono o non è quello che “dovresti sentire”. Ti auguro di metterti in discussione, di sbagliare e avere la forza di tornare indietro e scegliere un’altra strada. Ti auguro di sentire il vuoto per poter godere del pieno. Ti auguro di sentirti in diritto di esistere e che questo non pregiudichi l’esistenza di altri ma che la possa nutrire.

E se tutto questo vuol dire disobbedire allora ti auguro di essere tanto disobbediente!

DISOBBEDIENTI

Francesca

La disobbedienza me l’hanno insegnata mio nonno (che mi ha fatto leggere l’Antigone di Sofocle) e i miei genitori (che, lavorando duramente, hanno costruito per noi – quattro figli del meridione – un impero fatto di onestà e giustizia, fatto di “puoi fare tutto quello che vuoi se ti mostri esattamente per come sei”).

La disobbedienza, per me, è sempre stata incontenibile, ma soprattutto forte: prima di sconcertare gli altri, ha disorientato me stessa perché mi restituiva, “attraverso lo specchio”, quello che ero, quello che non ero e anche tutto quello che sarei potuta diventare o non diventare mai se avessi rinunciato a combattere.

La vera grande trasgressione della mia vita è stata decidere di essere felice, in barba a chi pensava – e ancora pensa – che la felicità è bene, ma da sola non basta. Quando ho scelto di studiare linguistica italiana e teatro – e non medicina, ingegneria o biotecnolgie – ho disobbedito; quando ho deciso di non pensare solo al denaro – ma soprattutto al valore delle persone, del sogno, del tempo – ho disobbedito; quando ho accettato di essere una fuori corso perché m’ero scelta un Accademico della Crusca come relatore ho disobbedito; quando mi sono trasferita a Bologna dall’oggi al domani, abbandonando il mio Sud, ho disobbedito; quando ho deciso di lavorare e studiare insieme, confondendo il giorno con la notte, ho disobbedito; quando invece di rispondere al telefono ho parlato con mia sorella del suo futuro e delle sue paure ho disobbedito; quando ho detto di “no” ad un lavoro che non mi faceva stare bene ho disobbedito; quando ho scelto di fare un festival di poesia interamente gratuito ho disobbedito; quando ho detto ai miei genitori che da grande volevo fare “quella che prova a vivere con la cultura” ho disobbedito.

Vi starete chiedendo: “…così pensi di esserti ribellata?”. Sì, questa è stata la mia piccola rivoluzione, la mia grandissima lotta fatta di dubbi e sacrifici… di notti passate a scrivere la tesi e a pensare a come migliorare le interazioni sulla pagina facebook di Muri Di Versi senza doverci investire soldi, di giorni in cui non ne avevo voglia, ma dovevo essere in grado di comunicare agli altri che la poesia è di tutti e che può essere per tutti, di interminabili mesi in cui lo stipendio non arrivava mai e io dovevo andare a fare la “raccogli-bicchieri” in un locale notturno, di interi anni passati a pensare che i veri ribelli fossero i miei genitori, incredibilmente più coraggiosi di me e meravigliosamente fiduciosi e visionari.

A tutte le bambine, le ragazze, le donne del mondo – compresa me stessa – chiedo, come nonno ha chiesto a me tanti anni fa, di studiare appassionatamente e lavorare costantemente “finché bene non è meglio e meglio non è ottimo”, di imparare la gentilezza e l’educazione ché – se lo sai dire – puoi dire tutto; di fare tesoro delle tempeste attraversate ché solo quelle ti mettono di fronte al mostro (un mostro che molto spesso non è fuori da noi, ma è in noi), di “non barattare il mare con una piscina”, di leggere “Il meraviglioso Mago di Oz” di Lyman Frank Baum, di prendersi una vacanza ogni tanto; di non aspettare l’amore ma di provare ad amare, di fare cose difficili ma di farle con gli altri, di sorprendersi continuamente perché il mondo è pieno di gente più brava di noi da cui dobbiamo imparare, ma soprattutto chiedo a voi/noi bambine, ragazze e donne di provare a far funzionare le cose e poi di raccontare agli altri, perché non si perda l’esempio, com’è che ce l’abbiamo fatta!

DISOBBEDIENTI

Rossella

Sono sempre stata una bambina obbediente, sempre al mio posto, senza mai sgarrare di una virgola rispetto a ciò che tutti si aspettavano da me. Ricordo sempre le parole della mia maestra: “Rossella ha le tre B: è buona, è brava, è bella” e questo ero. Questo DOVEVO essere. Sempre. Anche quando ero arrabbiata, quando ero triste, quando non avevo voglia.. Io DOVEVO essere buona, brava e bella. Dovevo obbedire a questa etichetta, alle aspettative tutti. Sono la quarta figlia femmina, non voluta, ma soprattutto l’ultima delusione per una donna che evidentemente sperava in un maschietto. E così da quando sono nata, ho capito che non dovevo dare fastidio, che non potevo creare problemi. Mai un capriccio, mai una pretesa, mai un vestito nuovo o un giocattolo nuovo. Soffrivo ma non lo davo a vedere. Obbedivo a ciò che il mio ambiente si aspettava da me, nel tentativo costante di non deludere nessuno.

Poi sono diventata una ragazza. Senza mai passare per l’adolescenza, per la ribellione. Non potevo.

Ricordo perfettamente il giorno in cui scrissi sulla pagina del mio quaderno: io me ne vado da questa casa! Lo scrissi con tale forza che il foglio si bucò. Era una promessa. E le promesse le ho sempre mantenute. Da brava obbediente. E così sono partita per studiare a Firenze: a 19 anni cominciò la mia adolescenza, finalmente! Avevo tutta la libertà, talmente tanta libertà che mi sono persa.

Proprio allora, siccome la vita è fantasiosa, è arrivata la malattia e poi la morte di mio padre. E così la ribellione aveva tutti gli ingredienti per diventare una rivoluzione. Perché adesso ce l’avevo pure con dio (a cui fino ad allora avevo obbedito ciecamente! Ovvio!). Evito di raccontare tutti i pericoli e le situazioni borderline che ho sfiorato in quegli anni…

A un certo punto sono giunta all’età adulta,  stranamente pseudo-indenne, con tutte le rotelle al loro posto (credo).

Sono diventata una donna, una mamma.

Per me è ancora difficile disobbedire. Soprattutto a quella voce interiore che mi dice: non ci provare nemmeno, tanto non sei capace!

E invece disobbedisco, faccio fatica ma disobbedisco! Ed oggi se dovessi fare un augurio alla mia piccola donna le direi:

Figlia mia, hai 5 anni e sei già così ribelle: adoro questo lato di te. E mi fa anche tanta paura

Sarò in grado di proteggerti dai mali di questo mondo? Certamente no!

Sarò in grado di fornirti gli strumenti x proteggerti da sola? Questo forse sì. Ma solo con il mio esempio. Allora, figlia mia, guardami. Guardami mentre lotto, mentre disobbedisco a chi vuole sabotarmi, mentre canto, mentre piango. Guardami mentre ho paura ma faccio lo stesso quello che è giusto fare. Guardami, figlia mia, mentre sbaglio e soffro, mentre faccio la cosa giusta e mentre non so che fare

Guardami, figlia mia, mentre ti guardo e ti rispetto e ti voglio viva!

DISOBBEDIENTI

Oltre la colpa

Sorella, io si ti credo.

Parole che risuonano come una melodia amara.

Parole lanciate nelle piazze, tra i corpi delle donne, a ricordare che “siamo”.

Parole che in questi giorni stanno provando a r-esistere e a costruire una storia diversa per quella ragazza di diciott’anni, che nel suo corpo-mente porterà i segni di una violenza perpetrata più e più volte, e non solamente da quel branco di maschi che ha visto in lei un oggetto per il proprio soddisfacimento personale; ma anche e soprattutto da chi ha deciso che la sua “opposizione” non è stata abbastanza e quindi, in qualche modo “colpevole” dell’accaduto.

Ed ecco che ritorna puntuale e senza sconti una parola che pare sia stata incisa nella nostra carne dalla notte senza tempo: la colpa.

Quando ripenso alle donne che ho incontrato nella mia vita, ma anche quando ripenso alla mia stessa vita, è come se potessi vedere materializzarsi quella colpa, come un velo nero che copre, come un macigno che schiaccia e immobilizza, come una mannaia perenne sulla testa.

Penso a tutta quella colpa che ci portiamo addosso, e  penso che non è difficile vedere il filo rosso che  rintraccia l’origine, il punto di partenza inequivocabile: il corpo di donna.

E su quei corpi che possono generare vita (reale o simbolica) che la società da sempre decide e amministra, comanda e dispone, senza chiedere e senza permesso. Per secoli, infatti, ci hanno detto come e cosa sentire, quali desideri avere, come e quando essere o non essere madri, cosa indossare e cosa non mostrare, quali strade percorrere o che comportamenti tenere. E su quei corpi che si sono consumate battaglie private e pubbliche, che sono state emesse sentenze fuori e dentro i tribunali.

E su quei corpi che hanno provato, e provano a mantenere il potere e quando non ci riescono, ti ammazzano il corpo e ti ammazzano l’anima.

Ritorno a guardare le immagini delle donne spagnole e vedo i loro corpi e sento le lo grida e penso che non possiamo arrenderci. Sento nel mio corpo di donna la responsabilità di quella parola che cura, di quello sguardo che accoglie, di quel corpo che è presente e che legittima il dolore e restituisce dignità e dice: sorella, io si ti credo ovunque, comunque, sempre.

 

(Foto della manifestazione del “El movimiento feminista de Euskal Herria” dopo la sentenza “La Manada” de Navarra)

 

DISOBBEDIENTI

Dal Laboratorio Donnae: La parola femminile che scorre fra le donne ne cambia la vita

Il primo approfondimento lo voglio consegnare a questa foto e a queste parole, che racchiudono l’origine e il senso che ha dato forma a questo blog.

La mia stima e la mia gratitudine a chi mi ha insegnato e mi continua ad insegnare, Pina.

 

“E così con l’immaginazione Carolyn G. Heilbrun  continuava a scrivere quella ‘biografia’ femminile che lei – lette tutte quelle che erano state pubblicate- non considerava mai sufficiente a spiegare che cosa succede nella vita di una donna, soprattutto se è una nota intellettuale, politica, poeta, fondatrice di ordini religiosi etc. Perché le donne si sottomettono ai luoghi comuni, agli stereotipi o alle proiezioni scritte dai loro biografi. Ma saranno le biografie veritiere che cambieranno la vita delle donne. La parola femminile che scorre fra le donne ne cambia la vita così come era avvenuto, diceva, con il femminismo. Le donne prendono coraggio di sé stesse.”

Il mio augurio per il nuovo anno è che la parola femminile continui a scorrere.

Pina Nuzzo

 

(https://laboratoriodonnae.wordpress.com/2017/12/22/la-parola-femminile-che-scorre-fra-le-donne-ne-cambia-la-vita/ )

 

DISOBBEDIENTI

Giovanna

Per me la disobbedienza è provare ad essere ogni giorno più me stessa, disobbedire per ubbidire alla voce interiore.

Da quando ho potuto ho cominciato a disubbidire, nelle piccole scelte: ballare quando non era il momento, sorridere spesso e volentieri anche quando non era opportuno, mettermi sotto i ferri per raggiungere l’obiettivo di non sottopormi ai continui sguardi della gente e soprattutto ai miei, lasciare città che non facevano più per me, lasciare lavori che non mi soddisfacevano più, iscrivermi di nuovo all’università per studiare finalmente lettere sono fra le disubbidienze meglio riuscite della mia vita.

La vita di una persona è dentro a una serie di regole, come se la tua anima e il tuo sentire dovessero essere arginati, vivere dentro per non trasbordare, ma per me disobbedienza è uscire fuori e riempire la vita ed è per questo che vi racconto la mia storia, la storia dello scafandro.

“A chiunque oggi me lo chiede io rispondo: mi piaceva mangiare, confessandomi sincera, a mio modo. Dandomi per l’ennesima volta la colpa. Senza mai ammettere che in realtà c’era così tanto spazio dentro che il cibo era l’unica cosa con cui riuscivo a colmarlo, anche se in fondo non bastava, Il vuoto non si colma mai con particelle di materia.

Non ricordo un giorno della mia vita in ci non mi sono svegliata e non ho desiderato di essere magra.

Il mio fisico mi portava imbarazzo ed era per me la causa di tutti i mali. Avevo tratto da questo malessere e corpo malato uno strano beneficio però, avevo acuminato la mente. Chiusa in un silenzio degno di un eremita passavo il tempo fra libri e pensieri. Imparavo ed elaboravo.

Il mio scudo di grasso tanto odiato era una benedizione. Diventavo più saggia e più colta, attenta. Dal mio angolo in silenzio mi fermavo a guardare la gente. Certi giorni la studiavo, altri la invidiavo e altri ancora la inventavo. Bastava uno sguardo per strada e io continuavo per ore la loro giornata a seconda dei miei umori perfetta, o maledettamente complicata.

E cosi nella mia adolescenza di vite ne ho avute 100, tutte magre sia chiaro, ma tutte diverse.

Ho sempre pensato fosse il mio unico limite, il grasso. L’unica cosa che mi impediva di avere una vita normale.  Io ignoravo da piccola che il fatto di essere magri non vuol dire né essere belli, né tanto meno esser felici. La mia era una obesità dalla nascita quasi, non ho un ricordo nel quale comprare un vestito non fosse un incubo. Gli occhi scoraggiati di mia madre davanti ai mie pianti, le cattive verità di cui solo i bambini sono capaci. Vivevo il mio corpo come una barriera. Una barriera fra me e gli altri. Davo a lui la colpa della mia assenza di relazioni sia amichevoli che amorose. Se me ne vergognavo io perché gli altri dovevano farsi carico di portare in giro il mio imbarazzante aspetto?

Qualcosa cambiò al primo trasferimento. Stanca di una piccola cittadina che non mi aveva regalato nessun genere di buona esperienza, che aveva aumentato la barriera trasformandola in un armatura di 130 chili sempre addosso, trovai una borsa di studio e fuggii.

L’opportunità di una nuova vita presente, con la possibilità di inventarmi anche un diverso passato era troppo allettante. Il peso continuava ad aumentare, ma avevo delle amiche che erano diventate la mia seconda famiglia e che con mio stupore non avevano vergogna a portarmi con loro. I miei anni di lettura e di creazione di vite alternative erano improvvisamente utili, e non solo per me.

Giorno per giorno diventavo più forte. A volte chiusa nei miei silenzi cominciavano i primi cedimenti della barriera. Fisica sì, ma non più relazionale. Che meravigliosa sensazione era sentirsi amate, o meglio accettate. E in questo gruppo di tra l’altro anche bellissime ragazze diventavo popolare. Una popolarità riflessa, ma non me ne importava. I raggi di luce che mi illuminavano mi volevano bene. E lo so ancora oggi.

Lo scafandro lasciava lo spazio al naso e alla gola per respirare.

Io e il mio corpo cominciavamo a dialogare. Dialogare col teatro e con la danza. Senza più avere paura del giudizio mi muovevo a passi di danza, cominciando un percorso che qualcuno potrebbe chiamare Danza terapia, ma senza una terapeuta se non la vita.

Gli effetti benefici durarono anche dopo quando una nuova città porticata mi abbraccio, mi protesse e realizzò il sogno della mia vita. Perché è proprio vero che i problemi si risolvono quando smettono di essere ossessioni.

Il 12 febbraio entrai in un sala operatoria, con così tanta fiducia che credo il destino stesso, qualora non avesse voluto, si sarebbe piegato e mutato comunque al mio volere. Non avevo proprio valutato che l’intervento non potesse andare bene, e quando i chirurghi me lo dicevano io li guardavo sorridendo.

E così fu. Mi risvegliai dopo 3 ore uguale, ma diversa. Quando al primo cucchiaino di semolino mi provocò una fitta di dolore lancinante capii che il mio corpo collaborava con me.

10 mesi per diventare una 42. Una stupefacente discesa di taglie e di peso. La meraviglia di dover comprare qualcosa di nuovo ogni 2 settimane per i vestiti che non mi stavano. E non sentire sofferenza, non sentire dolore.

Mi sentivo una dea, onnipotente. Se avevo fatto questo avrei potuto fare ogni cosa. Insomma se una ha un sogno da 26 anni e lo realizza, beh si sente decisamente molto vicina a dio.

Peccato solo che questo dio non era quello che ti aspettavi.

9 mesi per vedere il corpo completamente trasformato secondo i miei desideri o quasi.

Il manto che mi proteggeva dapprima si assottiglia giorno per giorno. Mi lascia piano piano scoperta. Diminuisce la stoffa necessaria per coprirmi ed aumenta il freddo.

Come i miei organi interni non abituati a questa vicinanza con il clima esterno, io non ero abituata al mondo di fuori. La società si rivela, più interessata alla mia esistenza. Dalla mia mente per un po’ era svanito il senso di invisibilità, ma è poco. Davvero.

Prima la gente che si avvicinava e mi stava ad ascoltare, adesso si limita a guardarmi. Tutti vogliono sapere e io passo il tempo a raccontare la mia storia, in modo più o meno allegorico, a sentirmi importante, ma quando è l’unico argomento, l’unica cosa che la gente vuole sentire da me, e io da brava racconto, dando consigli solo su questo, piano comincio a sentire anche le mie capacità intellettive ridursi.

Aumentando i finti sorrisi, diminuisce la mia voglia di dire.

Il mio corpo diventa culto ma lo volevo perfetto e perfetto non era, non è, non sarà.

Ci sono 60 kili in meno, e 4000 paranoie in più.

Mi giustificavo nel fatto che prima la gente che mi voleva, mi vedeva per quel che ero, invece adesso mi vede per quella che non sono. La verità è solo che ero, in apparenza, una come le altre. Il mio sé corporeo non corrispondeva a quello che avevo immaginato. Non riuscivo a distaccare per un solo attimo il pensiero da quello che era la mia immagine. La bilancia calava e con lei il tono della mia pelle. E mi sono infilata in una sala operatoria dietro l’altra per rimuovere il derma in avanzo di quella me che ero prima, e che segretamente mi mancava terribilmente.

C’è voluto un corto circuito per riuscire a ritrovarmi. A ritrovare il piacere per la mia mente e per il mio cuore.

C’è voluto un lavoro di 3 anni con la mia terapeuta per smettere di mangiare o di non mangiare come punizione o premio. C’è voluto finire le lacrime per imparare ad amare un corpo imperfetto, si ma che è mio.

Nelle mie relazioni difficilmente mi spoglio, a letto viene fuori la mia dea interiore, tutta la passione e il sangue che bolle, ma i vestiti restano spesso attaccati alla mia pelle al mio sudore.

Il mio corpo nonostante non mi disgusti più è difficile da mostrare. Non so cosa temo, forse che l’uomo nel mio letto scappi, forse li reputo così belli che mi domando che ci facciano lì, che restino delusi. So nel profondo che così non è, e che se mai un uomo decidesse di scappare allora vorrebbe dire non solo che non è per me, ma che non gli interesserei io come persona. Paradossalmente ho fatto scappare più uomini dal mio letto per il non spogliarmi che per l’averlo fatto. Privandoli dell’intimità della pelle contro pelle, dello sguardo che vaga sui tessuti dell’altro creo un muro. Ho capito col tempo che c’è un grasso mentale più difficile da debellare rispetto a quello fisico. Le strutture, anni di sentirsi inadeguati restano, si fissano ed estirparle è una violenza. E così come ogni volta che ti fa male un dente, la scelta di estirparlo è quella più lontana, nonostante sai perfettamente che sarebbe quella giusta.

Io ho 35 anni, ho realizzato tante cose nella mia vita, alcune le ho disfatte, e ricreate con la forza di 100 donne, ed è per questo che auguro ad ogni bambina, ragazza, donna di ascoltarsi, di sentire quando una cosa fa bene per lei e quando fa bene per gli altri: se senti i crampi allo stomaco allora non vuoi, e allora hai diritto di urlare no, non è la mia strada. Di ricordarsi di essere ubbidienti a se stesse, e se è il caso disubbidienti al resto del mondo. E che si è sempre in tempo per cambiare una strada e un percorso, quindi di tentare, di provare e di fare cose che ci fanno stare bene, che la cosa più importante nella vita è avere momenti in cui non si riesce a smettere di sorridere.

DISOBBEDIENTI

Chiara

Per me la disobbedienza è una condizione del ritorno alla propria natura, al proprio fuoco esistenziale.

È un’azione di rabbia pensata ed organizzata intorno ad un’alternativa allo stato delle cose.

È il rifiuto delle imposizioni, delle abitudini, degli schemi costrittivi, della monotona omologazione.

È il rendere conto a se stessi, ai propri sentimenti, ai propri pulsanti sogni, alla propria visione di mondo.

Se mi volto indietro a guardarmi nel tempo vissuto fin qui, vedo una Me disobbediente da subito. Ho ricordi infantili molto antichi del mio rifiuto di regole non comprese e sentite come angoscianti e soffocanti. Non sono mai stata “a norma” e questo ha creato molti scompigli in molti campi della mia vita. Non mi sono abituata a molte cose e ho quasi sperato di ammorbidirmi nel tempo credendo che forse sarei stata più serena. Ma la mia natura chiama sempre, nonostante tutto. Così è successo di dichiarare ad un’idea del femminile sottomesso e quasi procedurale (fidanzato, casa, lavoro, matrimonio, figli) che è una regola non scritta delle aspettative sociali.

Ho deciso di rinunciare al posto fisso, sicuro e stabile di insegnante per precariamente inseguire il sogno di diventare una “decente psicoterapeuta”. Ho preoccupato tutti, sono stata tacciata di follia: mi dicevano che la mia scelta era illogica e anticonservativa. Ho continuato a preoccupare tutti per la scelta di occuparmi di situazioni sociali ai margini e a volte non prive di pericolo. Ho rifiutato ruoli di prestigio e compensi importanti pur di restare giù, tra le persone, quelle che contano per me, quegli invisibili che mi hanno insegnato tutto. E ogni volta mi sono sentita e mi sento a casa e mi sento Me, a cuore libero, a braccia aperte, a respiro pieno.

Oggi, con parole diverse direi ad una bambina, ad una ragazza e ad una donna di fermarsi a scegliere quale strada percorrere e quale vestito indossare nel mondo, di non accettare, di non assecondare, di non accomodarsi al condizionato modo degli altri di vivere se non somiglia al proprio.

Direi che se nella pancia sentono un pugno di intensa e/o sottile violenza, se nella gola soffocano parole che sentono di non poter dire allora questi sono proprio il segno di una sofferenza e di una costrizione che non devono portare. La vita è lotta per la libertà, dovrebbe essere un tentativo costante di elevarsi, di somigliare a sé, di spogliarsi strada facendo dei manifesti che altri, senza discutere, ci hanno attribuito. Direi di leggere, di raccontarsi, di ascoltare, di esplorare, di cercare le differenze e le loro sfumature di colore, di rompere le categorie ogni volta che si percepiscono come noiose, ingiuste, violente. Direi loro di unirsi, di stare con le persone, perché non tutte le battaglie si combattono e/o si vincono da sole. Direi di cercare la meraviglia, l’emozione, la scoperta, la continua rinascita, l’alba dentro di sé, senza paura delle emozioni, delle convenzioni. Ripeto, la rabbia ad esempio è un sentimento bellissimo se sappiamo usarlo per costruire e per risorgere e per darci slancio. Augurerei loro di dare sempre un nome alle condizioni umani e ai sentimenti, di non sottovalutarli, di non rimandarli, di non reprimerli.

Ognuno è un universo incommensurabile di possibili esperienze: facciamo in modo di aver sempre tenerezza per la nostra ombra, di amare e coccolare quello che altri chiamano difetto, di sentire profondamente la vita che ci nutre, di aver cura di noi come abbiamo imparato a farlo per gli altri.

 

DISOBBEDIENTI

Ci vediamo giovedì in piazza

Le ho sempre viste in piazza, di domenica, raccolte attorno ad una panchina.

Con il vestito buono, il trucco sul viso e la borsetta sempre stretta.

Sarà stato per l’accento venuto da lontano o per la gioia del rivedersi, ma mi hanno sempre fatto sorridere i loro toni acuti e le risate che si aprivano sulle loro dentature, spesso storte e dorate.

Fino a qualche tempo fa di loro sapevo ben poco, tipo che vengono da abbastanza lontano e abitualmente con un viaggio in autobus che dura più di 24 ore e che nella maggior parte dei casi lasciano lì figli/e, mariti, madri, insomma la loro famiglia, per venire di qua, in questa parte di mondo ad accudire le nostre di famiglie.

Sono loro, le donne che chiamiamo semplicemente badanti, che ormai da più di un decennio abitano silenziose e quasi invisibili le nostre case, facendosi carico dei/delle nostri/e anziani/e, insomma di quel nostro pezzetto di mondo non più auto-sufficiente.

Fino a poco tempo fa, non avevo mai parlato con nessuna di loro veramente, in alcune occasioni avevo avuto modo di scambiare qualche chiacchiera di cortesia sul paese di origine, sulla vecchina/o che accudivano, o semplicemente sul cosa mangiavano a pranzo.

Ma mai e poi ma mi era palesato nella mente la possibilità di chiedere “Ma tu chi sei? Da dove vieni? Come stai?”

Se ci penso ora, mi sembra come se in qualche modo mi si fosse attivato un sistema di rimozione preventivo, in fondo come si suol dire “se non ti vedo, se non ti sento, non esisti”.

Eppure queste donne sono entrate nelle nostre case per accudire, pulire e sistemare, e intorno a loro, in questo tempo, l’unica cosa che abbiamo fatto è stato costruire un immaginario, troppe e tante volte pieno di omissis, rispetto a ciò che quotidianamente si ritrovano a dover affrontare.

Poi qualche tempo fa, che per un fortuito caso, ho avuto la possibilità di incontrare e condividere con alcune di queste donne, un tempo e uno spazio formativo, che mi ha permesso di entrare con privilegio e responsabilità, in pezzetti delle loro vite.

In quel luogo, più formale, abbiamo cominciato a conoscerci e a prendere le “misure della fiducia”.

Ci siamo viste e finalmente riconosciute, e quelle voci hanno cominciato a prendere coraggio e a condividere con sommessa tristezza racconti strazianti e dolorosi, soprattutto perché immersi nel silenzio e nella dimenticanza collettiva.

Ad un certo punto, quando il nostro periodo formativo stava volgendo al termine, mi hanno detto “se vuoi, ci vediamo giovedì in piazza”.

Ed così che il giovedì successivo decido di andare e scopro che cosa è quel pomeriggio per loro.

E’ il giorno della libera uscita.

E’ il giorno in cui possono andare in giro per negozi o semplicemente guardare le vetrine.

E’ il giorno in cui possono prendere un caffè sedute in un bar e soprattutto vedersi con le altre in piazza.

Quando sono arrivata c’erano diversi gruppi dislocati tra le varie panchine, le donne che mi avevano invitata, mi hanno accolta con un grande sorriso e invitandomi a sedermi tra abbracci e saluti mi hanno accolta nel gruppo. Tra gli sguardi scrutatori e qualche risolino sornione, mi hanno presentata come “la nostra professoressa psicologa”, e con una certa allegra ironia, per rompere il ghiaccio mi hanno fatto un ripasso delle nostre lezioni passate. Siamo state lì, un paio d’ore a chiacchierare, in alcuni momenti in una forma corale e collettiva, soltanto delle volte, qualcuna mi prendeva in disparte per sussurrarmi accadimenti privati, di immenso dolore.

Mi hanno raccontato dell’enorme solitudine che vivono, ma dell’altrettanta povertà e miseria che hanno lasciato nei loro paesi insieme ai loro figli.

Mi hanno raccontato dei soldi che mandano a quei pezzi di famiglia rimasti lì ad aspettare e della speranza di poter offrire loro un futuro migliore.

Mi hanno raccontato degli sguardi torvi di alcuni parenti e del quotidiano esame di onestà a cui sono continuamente sottoposte.

Mi hanno raccontato del cibo centellinato e della frase “tanto gli devi fare solo un po’ di compagnia”.

Mi hanno raccontato del terrore di dormire in una stanza e del dolore che qualunque cosa ti accada, nessuno mai ti crederà.

Ci sono stati diversi giovedì e ci sono stati tanti racconti dalla voce rotta e dagli occhi lucidi, ed è per che ho deciso di raccontarlo.

Voglio parlare di queste donne, perché l’anonimia uccide e il silenzio ne è complice.

Voglio parlare di queste donne perché hanno un coraggio, che io probabilmente non avrei nemmeno se lo pagassi oro.

Voglio parlare di una di queste donne, perché nonostante tutte le brutture, ogni giovedì indossa il vestito bello, trucca il suo viso stanco, tiene stretta la borsetta e con un gran sorriso va il giovedì in piazza.

 

M.

M. è arrivata in Italia, dalla Romania, quattro anni fa.

M. ha vissuto la caduta del comunismo e l’arrivo della democrazia, con cui dice “è arrivata anche la crisi”.

M. prima aveva un lavoro di ufficio era felice e ben pagata.

Poi mentre la democrazia faceva spazio alla crisi, hanno cominciato a declassarla fino a fare l’operai per la verniciatura delle auto di cui prima si occupava negli uffici.

M. non si lamenta del declassamento.

M. non ha niente contro la democrazia.

M., però ad un certo punto deve risolvere il problema di cuore del marito, ed è così che decide di vendere il poco che hanno in città e di trasferirsi in campagna per lavorare il miele.

Poi lì l’aria è più buona e ci sono meno problemi, dicevano, e “il cuore forse si riprende” diceva lei.

M. ottiene che uno specialista lo visiti e capisce che l’aria di campagna non è più sufficiente e così che vendono anche quello che resta per operare suo marito con un metodo che avrebbe dovuto ridargli nuova vita, ma così non è.

M. rimane vedova, con un figlio e senza soldi, ed è così che parla con un’amica e decide di venire in Italia.

M., compra un quaderno e comincia a scrivere le parole in italiano, “mica potevo venire qua senza sapere neanche una parola”, dice.

M. arriva in Italia e sta tanto male, perché la sua nonnina (come la chiama lei) ha quella malattia brutta e diventa violenta e lei si sente tanto tanto sola. Decide di tornare in Romania, ma la fame è nera come la pece e lei deve mantenere suo figlio e quindi si fa coraggio e ritorna in Italia.

M. impara a “dover stare in quelle case” nonostante in alcune famiglie ti lasciano mangiare da sola in un’altra stanza, o qualche uomo vuole allungare le mani, o sei libera solamente 6 ore settimanali (anche se ci sono alcune fortunata che ne hanno 2 ore al giorno di libertà), ed altre cose che è meglio non raccontare.

M. mi guarda negli occhi e mi dice: Parlano che la schiavitù è finita, ma questa cosa è?

Sono tante le rumene che si trovano in queste situazioni e devi essere fortunata a trovare la famiglia buona.

Comunque meno male che noi donne rumene siamo coraggiose, anche perché questa è la vita e diversamente non puoi fare. Queste cose ti fanno una donna forte, una donna dura anche se continui a soffrire tanto.

Io sono forte ma ho perso la fiducia nelle persone.

 

 

DISOBBEDIENTI

Giorgia

Essere disobbediente per me significa essere testarda, seguire e inseguire la strada determinata da un’idea salda nella mente.

Anche quando tutti dicono il contrario? Non proprio.

Non si tratta di disobbedire per il gusto di farlo: destabilizzare qualcuno, salire sul trono della ragione e guardarlo dall’alto. Non è una soddisfazione dell’ego, affatto.

Le persone a cui ho disobbedito più spesso sono quelle ancora al mio fianco, sono persone a cui voglio bene. La questione è che crescendo sviluppiamo una coscienza critica, quell’abilità che ci permette di elaborare ciò che viviamo quotidianamente e da questo trarne conclusioni che tengano conto della complessità della vita. Solo una coscienza critica ben allenata fornisce le giuste idee per le quali valga la pena essere testarde.

A 13 anni ho lottato per iscrivermi al liceo classico, nonostante i molti pareri pronti a sostenere che “non serve più studiare le materie umanistiche / il liceo classico non ti da un lavoro”. A 18 ho lottato per iscrivermi ad architettura, nonostante “in famiglia non c’è nessun architetto / ma chi ti aiuta? / per gli architetti non c’è lavoro”.

A 23 per non candidarmi per un dottorato che sarebbe stato “un assegno mensile sicuro” e per non andare a lavorare presso uno studio gratuitamente “così impari il mestiere”. In sostanza, nessuno mi ha mai chiesto: ma a te cosa piace? Quali sono le tue passioni? Cosa ti piacerebbe diventare? Tutti sono sempre partiti dal presupposto che in quanto persona mediamente normodotata ed intelligente potessi fare qualsiasi cosa. Dovevo semplicemente prendere la strada che mi avrebbe condotto più velocemente al mondo del lavoro. Il percorso dell’istruzione canonica sembra infatti farti precipitare vertiginosamente, come un imbuto che definisce cosa sarai: un architetto, un avvocato, un impiegato. In questo momento, però, è un imbuto che non porta a niente, se non ad un limbo dove aleggia un perenne senso di fallimento e inettitudine che deriva dai cambiamenti del mercato più che dal nostro essere. Un percorso formativo, invece, dovrebbe prevedere una fase di esplorazione ampia delle nostre possibilità e un’eventuale fase finale di prototipazione che possa essere da spunto per nuove evoluzioni. Quando ho finalmente terminato quel percorso così asettico chiamato istruzione pubblica, grazie alla testardaggine e anche ad una serie di meravigliosi incontri, ho avuto – sto avendo! – la possibilità di testare, ampliare gli orizzonti e mixare i diversi interessi che, solo adesso, iniziano ad avere un senso e finalmente una connessione.

Se dovessi dire una cosa ad una bambina, ragazza donna, il primo consiglio è il più banale quanto utile di tutti: leggete. Tra le ribellioni della mia vita c’è sempre stata quella di leggere la sera fino a tarda notte, nonostante il giorno dopo dovessi andare a scuola. Leggere ti fa vivere mille vite, riuscendo ad entrare in empatia con i personaggi in cui ti imbatti. Ti permette di entrare in contatto con altri modi di ragionare e di scavalcare il mondo della prossimità (la famiglia, gli amici) per raggiungere nuovi ideali, nuovi orizzonti. Non mi riferisco solo al libro cartaceo chiaramente. È necessario sfogliare un libro, una rivista, così come leggere un articolo di giornale o un post su Facebook, con attenzione, con coscienza critica! Il secondo consiglio segue il primo: bisogna essere consapevoli che conosciamo solo una minuscola parte del mondo, dunque è necessario conservare uno spirito “da esploratrici”, proseguendo un passo dopo l’altro e avendo la pazienza di collezionare con la stessa cura successi e insuccessi.

DISOBBEDIENTI