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Chi sono

Senza azioni di disobbedienza, forse oggi non sarei qua.
Sono nata e cresciuta come tante bambine: brava figlia, per diventare brava moglie e infine brava madre.
Potevo studiare, ma non troppo.
Dovevo trovare un lavoro, ma non eccessivamente impegnativo.
Dovevo e potevo fare abbastanza tutto, ma senza esagerazioni, senza scompormi troppo, senza sporcarmi, senza fare troppo rumore.
Insomma, niente di eccezionale, considerando che quella era la strada che qualcuno un tempo molto lontano aveva tracciato, per chi come me aveva avuto in sorte la parola femminile sulla casella genere.
Così tra piccoli sussulti e sensazioni strane, che qualcosa non fosse proprio così come me la stavano raccontando, tutto è andato abbastanza bene fino al giorno in cui per la prima volta ho ascoltato veramente la parola libertà.
Ero una giovinetta di 18 anni e in un freddo giorno di aprile sotto la Tour Effeil un’insegnate, la donna che aveva provato in quei lunghi cinque anni a raccontarci che oltre alle principesse e ai principi azzurri potevamo desiderare e fare anche altro, decise di farci un regalo.
Ed è così che con un grande gesto d’amore, che oggi potrei dire anche di grande responsabilità, ci consegnò una piccola rubrica a calamita, apparentemente normale e ordinaria, che portava sul davanti l’immagine del dipinto di Delacroix La libertà che guida il popolo.
In quell’atmosfera surreale, davanti alle nostre facce un po’ interdette rispetto al senso di quel regalo, in dono ci venne consegnata anche una frase “Scrivete dietro e non lo dimenticate mai: La Libertà che guida voi stesse”.

In quel momento fu tutto molto strano, indubbiamente in sintonia perfetta con il lungo e faticoso lavoro che in quei cinque anni aveva provato a fare con noi. Una cosa è certa quella piccola rubrica con quella frase, lasciò un segno importante nella mia memoria.

A distanza di tempo, e oggi ancora di più, posso dire che fare spazio nel mio cuore a quella frase, dare un senso a quella parola, fu il mio primo e assoluto atto di disobbedienza.
Di lì a poco, contro ogni volontà e aspettativa, avrei lasciato il mio paese di origine per cominciare ad essere adulta, per trovare la strada che volevo sentire mia e di nessun altro.
Dal quel primo “no, io non voglio restare qua a studiare una qualsiasi cosa, io voglio diventare una psicologa e basta”, è cominciata la vera sfida tra ciò che mi avevano detto che sarebbe stata la mia vita e ciò che sentivo di desiderare.

Da quel primo viaggio verso il mio futuro ad oggi, la strada è stata lunga e alcune volto molto ma molto impervia.  Ho dovuto imparare a disobbedire tante volte, ho cercato di non soccombere ai sensi di colpa e alla frustrazione di una società che mi chiedeva (ed in realtà mi continua a chiedere) delle cose che non voglio e non posso dare.
Nel tempo, giorno dopo giorno, mi sono resa conto che tutto questo è stato possibile grazie a tutte le donne che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi hanno sostenuto e accompagnato e con estrema cura e generosità.  Donne con cui per svariate ragioni ho condiviso pezzi di vita, donne a cui non posso che essere grata perché ciascuna a proprio modo mi ha permesso di ritornare alle origini con un altro sguardo e di ritornare al mondo più me.
Ed è proprio di loro, di quelle che ho incontrato e vissuto e di quelle che continuo a incrociare nel mio cammino che qui voglio raccontare. Storie che probabilmente non entreranno mai in nessun libro, ma che per me sono storie di quotidiane rivoluzioni, di parole e sguardi che raccontano di donne disobbedienti, di donne che ad un certo punto hanno detto “no” per un senso di appartenenza a sé e che giorno dopo giorno resistono e diversamente si sistemano, in quello che desiderano, in quello che sognano, in quello che sono. 

 

Annarita Del Vecchio