• ledisobbedienti@outlook.com

Archivio dei tag #corpo #sentire #trasformazione #bellezza #coraggio

Giovanna

Per me la disobbedienza è provare ad essere ogni giorno più me stessa, disobbedire per ubbidire alla voce interiore.

Da quando ho potuto ho cominciato a disubbidire, nelle piccole scelte: ballare quando non era il momento, sorridere spesso e volentieri anche quando non era opportuno, mettermi sotto i ferri per raggiungere l’obiettivo di non sottopormi ai continui sguardi della gente e soprattutto ai miei, lasciare città che non facevano più per me, lasciare lavori che non mi soddisfacevano più, iscrivermi di nuovo all’università per studiare finalmente lettere sono fra le disubbidienze meglio riuscite della mia vita.

La vita di una persona è dentro a una serie di regole, come se la tua anima e il tuo sentire dovessero essere arginati, vivere dentro per non trasbordare, ma per me disobbedienza è uscire fuori e riempire la vita ed è per questo che vi racconto la mia storia, la storia dello scafandro.

“A chiunque oggi me lo chiede io rispondo: mi piaceva mangiare, confessandomi sincera, a mio modo. Dandomi per l’ennesima volta la colpa. Senza mai ammettere che in realtà c’era così tanto spazio dentro che il cibo era l’unica cosa con cui riuscivo a colmarlo, anche se in fondo non bastava, Il vuoto non si colma mai con particelle di materia.

Non ricordo un giorno della mia vita in ci non mi sono svegliata e non ho desiderato di essere magra.

Il mio fisico mi portava imbarazzo ed era per me la causa di tutti i mali. Avevo tratto da questo malessere e corpo malato uno strano beneficio però, avevo acuminato la mente. Chiusa in un silenzio degno di un eremita passavo il tempo fra libri e pensieri. Imparavo ed elaboravo.

Il mio scudo di grasso tanto odiato era una benedizione. Diventavo più saggia e più colta, attenta. Dal mio angolo in silenzio mi fermavo a guardare la gente. Certi giorni la studiavo, altri la invidiavo e altri ancora la inventavo. Bastava uno sguardo per strada e io continuavo per ore la loro giornata a seconda dei miei umori perfetta, o maledettamente complicata.

E cosi nella mia adolescenza di vite ne ho avute 100, tutte magre sia chiaro, ma tutte diverse.

Ho sempre pensato fosse il mio unico limite, il grasso. L’unica cosa che mi impediva di avere una vita normale.  Io ignoravo da piccola che il fatto di essere magri non vuol dire né essere belli, né tanto meno esser felici. La mia era una obesità dalla nascita quasi, non ho un ricordo nel quale comprare un vestito non fosse un incubo. Gli occhi scoraggiati di mia madre davanti ai mie pianti, le cattive verità di cui solo i bambini sono capaci. Vivevo il mio corpo come una barriera. Una barriera fra me e gli altri. Davo a lui la colpa della mia assenza di relazioni sia amichevoli che amorose. Se me ne vergognavo io perché gli altri dovevano farsi carico di portare in giro il mio imbarazzante aspetto?

Qualcosa cambiò al primo trasferimento. Stanca di una piccola cittadina che non mi aveva regalato nessun genere di buona esperienza, che aveva aumentato la barriera trasformandola in un armatura di 130 chili sempre addosso, trovai una borsa di studio e fuggii.

L’opportunità di una nuova vita presente, con la possibilità di inventarmi anche un diverso passato era troppo allettante. Il peso continuava ad aumentare, ma avevo delle amiche che erano diventate la mia seconda famiglia e che con mio stupore non avevano vergogna a portarmi con loro. I miei anni di lettura e di creazione di vite alternative erano improvvisamente utili, e non solo per me.

Giorno per giorno diventavo più forte. A volte chiusa nei miei silenzi cominciavano i primi cedimenti della barriera. Fisica sì, ma non più relazionale. Che meravigliosa sensazione era sentirsi amate, o meglio accettate. E in questo gruppo di tra l’altro anche bellissime ragazze diventavo popolare. Una popolarità riflessa, ma non me ne importava. I raggi di luce che mi illuminavano mi volevano bene. E lo so ancora oggi.

Lo scafandro lasciava lo spazio al naso e alla gola per respirare.

Io e il mio corpo cominciavamo a dialogare. Dialogare col teatro e con la danza. Senza più avere paura del giudizio mi muovevo a passi di danza, cominciando un percorso che qualcuno potrebbe chiamare Danza terapia, ma senza una terapeuta se non la vita.

Gli effetti benefici durarono anche dopo quando una nuova città porticata mi abbraccio, mi protesse e realizzò il sogno della mia vita. Perché è proprio vero che i problemi si risolvono quando smettono di essere ossessioni.

Il 12 febbraio entrai in un sala operatoria, con così tanta fiducia che credo il destino stesso, qualora non avesse voluto, si sarebbe piegato e mutato comunque al mio volere. Non avevo proprio valutato che l’intervento non potesse andare bene, e quando i chirurghi me lo dicevano io li guardavo sorridendo.

E così fu. Mi risvegliai dopo 3 ore uguale, ma diversa. Quando al primo cucchiaino di semolino mi provocò una fitta di dolore lancinante capii che il mio corpo collaborava con me.

10 mesi per diventare una 42. Una stupefacente discesa di taglie e di peso. La meraviglia di dover comprare qualcosa di nuovo ogni 2 settimane per i vestiti che non mi stavano. E non sentire sofferenza, non sentire dolore.

Mi sentivo una dea, onnipotente. Se avevo fatto questo avrei potuto fare ogni cosa. Insomma se una ha un sogno da 26 anni e lo realizza, beh si sente decisamente molto vicina a dio.

Peccato solo che questo dio non era quello che ti aspettavi.

9 mesi per vedere il corpo completamente trasformato secondo i miei desideri o quasi.

Il manto che mi proteggeva dapprima si assottiglia giorno per giorno. Mi lascia piano piano scoperta. Diminuisce la stoffa necessaria per coprirmi ed aumenta il freddo.

Come i miei organi interni non abituati a questa vicinanza con il clima esterno, io non ero abituata al mondo di fuori. La società si rivela, più interessata alla mia esistenza. Dalla mia mente per un po’ era svanito il senso di invisibilità, ma è poco. Davvero.

Prima la gente che si avvicinava e mi stava ad ascoltare, adesso si limita a guardarmi. Tutti vogliono sapere e io passo il tempo a raccontare la mia storia, in modo più o meno allegorico, a sentirmi importante, ma quando è l’unico argomento, l’unica cosa che la gente vuole sentire da me, e io da brava racconto, dando consigli solo su questo, piano comincio a sentire anche le mie capacità intellettive ridursi.

Aumentando i finti sorrisi, diminuisce la mia voglia di dire.

Il mio corpo diventa culto ma lo volevo perfetto e perfetto non era, non è, non sarà.

Ci sono 60 kili in meno, e 4000 paranoie in più.

Mi giustificavo nel fatto che prima la gente che mi voleva, mi vedeva per quel che ero, invece adesso mi vede per quella che non sono. La verità è solo che ero, in apparenza, una come le altre. Il mio sé corporeo non corrispondeva a quello che avevo immaginato. Non riuscivo a distaccare per un solo attimo il pensiero da quello che era la mia immagine. La bilancia calava e con lei il tono della mia pelle. E mi sono infilata in una sala operatoria dietro l’altra per rimuovere il derma in avanzo di quella me che ero prima, e che segretamente mi mancava terribilmente.

C’è voluto un corto circuito per riuscire a ritrovarmi. A ritrovare il piacere per la mia mente e per il mio cuore.

C’è voluto un lavoro di 3 anni con la mia terapeuta per smettere di mangiare o di non mangiare come punizione o premio. C’è voluto finire le lacrime per imparare ad amare un corpo imperfetto, si ma che è mio.

Nelle mie relazioni difficilmente mi spoglio, a letto viene fuori la mia dea interiore, tutta la passione e il sangue che bolle, ma i vestiti restano spesso attaccati alla mia pelle al mio sudore.

Il mio corpo nonostante non mi disgusti più è difficile da mostrare. Non so cosa temo, forse che l’uomo nel mio letto scappi, forse li reputo così belli che mi domando che ci facciano lì, che restino delusi. So nel profondo che così non è, e che se mai un uomo decidesse di scappare allora vorrebbe dire non solo che non è per me, ma che non gli interesserei io come persona. Paradossalmente ho fatto scappare più uomini dal mio letto per il non spogliarmi che per l’averlo fatto. Privandoli dell’intimità della pelle contro pelle, dello sguardo che vaga sui tessuti dell’altro creo un muro. Ho capito col tempo che c’è un grasso mentale più difficile da debellare rispetto a quello fisico. Le strutture, anni di sentirsi inadeguati restano, si fissano ed estirparle è una violenza. E così come ogni volta che ti fa male un dente, la scelta di estirparlo è quella più lontana, nonostante sai perfettamente che sarebbe quella giusta.

Io ho 35 anni, ho realizzato tante cose nella mia vita, alcune le ho disfatte, e ricreate con la forza di 100 donne, ed è per questo che auguro ad ogni bambina, ragazza, donna di ascoltarsi, di sentire quando una cosa fa bene per lei e quando fa bene per gli altri: se senti i crampi allo stomaco allora non vuoi, e allora hai diritto di urlare no, non è la mia strada. Di ricordarsi di essere ubbidienti a se stesse, e se è il caso disubbidienti al resto del mondo. E che si è sempre in tempo per cambiare una strada e un percorso, quindi di tentare, di provare e di fare cose che ci fanno stare bene, che la cosa più importante nella vita è avere momenti in cui non si riesce a smettere di sorridere.